domenica 17 ottobre 2010

Viaggio in Grecia

Zagoria e  Tessaglia - terra di antiche civiltà e di credenze divine.

Da tempo pensavo ad un viaggio in Grecia, ma non la Grecia per fare bagni di sole o per vagabondare di isola in isola o per scoprire i posti più “in”. Bensì la Grecia delle antiche civiltà, delle antiche credenze divine. Zeus, Hera, Afrodite, Apollo…. Volevo sentirmeli addosso, avere la sensazione di potere dialogare con loro.




Così il (14) giugno 2003, dopo avere stabilito approssimativamente un itinerario attraverso la Zagoria e la Tessaglia, culla di insediamenti fin dall’età neolitica (7000-3000 a. C.), partiamo, io e il mio compagno, “in camper”. Imbarco ad Ancona con scalo a Igoumenitsa, 15 ore di traversata tranquilla con formula




“campeggio a bordo” decisamente molto comoda. Allo sbarco, il (15) mattina, prendiamo immediatamente la statale che porta a Ioannina.














Subito veniamo colpiti da particolarissime e frequenti “edicole” ai bordi della strada, alte da terra circa un metro e mezzo, con piedi di ferro che col tempo si è arrugginito; alcune sgangherate, contorte, ma in tutte, all’interno della casina in vetro dov’è riposta la Madonnina, si trova una bottiglia di olio di oliva, un accendino e uno stoppino da poter accendere. Emozionante e tenera visione. Si viaggia in un ambiente con vegetazione a macchia mediterranea. La strada a mezzacosta lascia intravedere il fondo valle quasi piatto, a cui fanno da corona monti privi di vegetazione a forma di panettone.



Al paesino di Vrossina un’antica struttura attira la nostra attenzione, si tratta di un’antica e piccola chiesina dove stanno celebrando un rito ortodosso. Ci affacciamo alla porta un pò timorosi, ma subito un anziano signore ci invita ad entrare; l’emozione è grande, non avevo mai assistito ad un rito ortodosso. Sono avida, penso che non mi bastino due orecchie per ascoltare, ne vorrei quattro e vorrei anche quattro occhi per guardare. Quando esco, tutta profumata di incenso, mi sento immersa in questa realtà, sono in Grecia “mi sento greca”, vorrei il Monte Olimpo subito qui da scalare, vorrei parlare con gli Dei.
Invece mi devo accontentare di andare a vedere un antico ponte a schiena d’asino sul torrente Thiami che si trova a pochi passi dalla chiesa. Sulla parte opposta della riva da una generosa fontana sgorga acqua freschissima. Subito andiamo a riempire le nostre bottiglie.





Ripartiamo, prossima tappa Ioannina, dove, a detta delle guide, è bene recarsi all’ufficio del turismo EOT-EOS per chiedere informazioni e fare rifornimento di cartine dei sentieri. Ma ahimè, entrambi sono chiusi, anche se, verificando l’orario, siamo in perfetto orario di apertura. Ripartiamo quindi. Prendiamo la statale (E 90) per Kònitsa; all’altezza di Kapual giriamo a dx e dopo una ventina di Km. arriviamo a



Monodendri, vero gioiellino con strade acciottolate e tetti in ardesia. Sì, è proprio questa la Grecia che volevamo vedere. Poter toccare con mano pietre di migliaia di anni fa, camminare su ciottoli che fanno pensare alle antiche civiltà. “Si può parcheggiare in un piccolo spiazzo prima del paese, oppure lungo la strada ghiaiata subito dopo il paese”. Nessuno dice niente. Noi abbiamo optato per la seconda soluzione. La vista era stupenda, i bordi della strada erano pieni di fiori e gli unici rumori che abbiamo sentito sono stati alcuni belati di capre che tornavano dal pascolo. Qui abbiamo conosciuto Federico Tovoli, un giornalista italiano che si trovava in quel luogo, incaricato di scrivere un articolo sulle gole di Vikos, proprio dove ci saremmo recati anche noi l’indomani mattina.


Il (16) sveglia di buon ora, ricca colazione e zaino in spalla, meta: Monastero di Aghia Paraskevi e Gole di Vikos . Il monastero rimane a strapiombo sulle “gole”, impressionanti pareti di roccia, levigate dall’acqua che, in alcuni punti, superano anche i cento metri; una meraviglia della natura, uno spettacolo mozzafiato.
Il percorso delle gole porta ai paesini di Papingo e Macropapingo; purtroppo, però, non ci sono poi i mezzi di trasporto per tornare indietro. Quindi, dato che noi saremmo voluti andare a dormire a Papingo, percorriamo circa metà del percorso, poi torniamo indietro.






Ci spostiamo quindi in camper. La strada che porta ai due paesini si inerpica su di una “quinta” come un lungo serpentone. A prima vista abbiamo pensato che il camper non ce l’avrebbe fatta, ma poi, avvicinandoci, ci siamo resi conto che la pendenza non era così feroce come sembrava da lontano. Salendo si gode una vista stupenda sulle “gole”. Il paesino di Papingo rimane proprio di fronte all’imponente rupe del monte Gamila. Superiamo il paesino e appena la strada incomincia a scendere, sulla destra, troviamo un piccolo spiazzo ricavato di recente.
Parcheggiamo. e dopo una visita al paese, anch’esso con case in sasso, tetti in ardesia, tanti particolari camini e dei giganteschi platani, andiamo a dormire. La mattina del (17) la dedichiamo alla visita dell’incredibile paesino di Mikropapingo, che rimane a circa 2 km. da Papingo; così, decidiamo di andarci a piedi. Breve tratto di asfalto, poi si scende su un’antica mulattiera fino al torrente, che si attraversa su un piccolo e antico ponte.



La mulattiera, molto disastrata, che sale ripida, porta diritta al paese. Questo, rannicchiato sotto le vette del Monte Astraka, conserva ancora tutte le caratteristiche del paesino medioevale; stradine strettissime, tutte con fondo a ciottoli, case tutte in sasso e tetti tutti in ardesia, riportano indietro nel tempo, al punto che non ci siamo stupiti di vedere uscire da un portone, in pieno centro, dove regnava un silenzio assoluto,



un gregge di capre, seguite da un piccolo pastore e un piccolo cane.

Lasciamo questi piccoli gioielli che fanno della Zagoria un luogo indimenticabile, per dirigerci verso la Tessaglia, prossima sosta alle Meteore. La strada Statale che da Joannina porta a Kalambaka è molto panoramica e in alcuni punti anche molto esposta, il colore rosso delle rocce, poi, aiuta ad evidenziare i baratri sottostanti. Ma nella nostra mente ora ci sono le Meteore, ed è lì che ci concentriamo, anche se il pensiero del Monte Olimpo non ci abbandona mai.

Dopo avere percorso circa duecento chilometri e dopo un’ultima curva, eccole là, tanti pinnacoli di roccia pieni di buchi come il “formaggio groviera”. Enormi sassoni lavorati dagli agenti atmosferici che li hanno resi perfettamente lisci. Il loro aspetto è sinistro, viene quasi da pensare che siano cadute dal cielo. “Già, possiamo permetterci anche di fantasticare dato che a tutt’oggi, la loro provenienza resta comunque un enigma geologico”. Andiamo a dormire nel “campeggio Kastrakis”, che rimane poco lontano, così la mattina del (18) partiamo a piedi per la visita ai Monasteri.
Sei in tutto visitabili; impossibile vederli tutti in un giorno. Così decidiamo di fermarci due giorni. La visita ci ha portati in un mondo sconosciuto e di non facile comprensione per noi, poveri mortali. Mentre ci avviciniamo e i pinnacoli diventano sempre più alti, ci viene da pensare che solo a una persona a dir poco bizzarra, può venire in mente di costruirsi una casa, o Monastero che dir si voglia, lassù, dove anche un ragno ha delle difficoltà ad arrampicarsi.




Ma è anche pur vero che il paradiso bisogna guadagnarselo e a nostro modesto parere questi monaci, almeno i primi, se lo sono guadagnato di sicuro. Anche se oggi essi sono quasi tutti raggiungibili in auto, noi abbiamo fatto la scelta di arrivarci a piedi, percorrendo i vecchi sentieri che per tanti secoli furono calpestati da quegli straordinari frati. La salita in mezzo al bosco ci ha aiutato a sentirci più vicino a loro. La visita poi è tutta un’emozione, iniziando dalla vestizione. Le donne devono indossare gonne lunghe e le braccia devono essere coperte ed agli uomini non sono permessi i pantaloni corti. Le scale di collegamento alla porta di entrata sono quasi tutte scavate nella roccia. Una volta non c’erano neanche queste! I frati si facevano issare con un “argano” dentro una rete sospesi nel vuoto per più di cento metri e la manutenzione a queste corde si faceva “quando il Signore voleva che si rompessero”.

All’interno dei monasteri, sono di un’indescrivibile bellezza le pareti completamente ricoperte di affreschi. All’interno di Moni Megalou Meteorou (Grande Meteora), il più grande e famoso dei monasteri delle Meteore, si trova un affresco che ritrae con impressionante realismo la persecuzione dei cristiani da parte dei romani; nel Monastero di Agiou Nikolasou Anapafsa c’è un bellissimo dipinto che raffigura Adamo mentre dà il nome agli animali; a Moni Agias Varvaras Rousanou ci sono numerosi affreschi con scene cruente. Mi rendo conto, comunque, che la mia descrizione non rende giustizia alle numerose e splendide scene che ricoprono le pareti dove l’oro spicca ovunque. Qui gli oggetti, i dipinti e gli affreschi sono curati nei minimi particolari.

Ripartiamo il giorno (19); ora ci aspetta il mare Egeo e questo mi porta subito a pensare all’Olimpo e ai suoi Dei. Ci fermiamo una notte nel campeggio “Olimpos”, che rimane sul mare. Al mattino (20) ci concediamo una bella passeggiata sulla spiaggia deserta e con il sole cocente già alle otto del mattino; ma l’aria è deliziosamente fresca.

Terminiamo la mattinata con la visita all’Acropoli di Dion, insediamento del 900 a.C.. Oggi risulta in buona parte sommersa, ma la visita è comunque fattibile. Il sito merita una visita accurata, perché non ci sono solo i classici resti di mura, bensì: bagni pubblici, terme, mosaici. Ognuno di essi veramente particolare, mai visto in altre Acropoli. Visitiamo anche il Museo, che si trova poco lontano. Demetra, Zeus, Apollo, Athena sono lì, a grandezza naturale e ci guardano con occhi che sembrano vivi. Impressionante!

Ma ora, finalmente, è arrivato il momento di partire per il Monte Olimpo. Passiamo da Litòhoro e prendiamo la strada che ci porterà a Prionia. Questa valle, per la sua importanza storico-naturalistico, è sotto la sorveglianza della forestale, che prende nota di tutti i mezzi e le persone che vi entrano. Percorriamo circa 18 km.; all’improvviso la strada, molto sconnessa nell’ultimo tratto, si interrompe, formando un piccolo spiazzo che troviamo pieno di auto. Pensiamo allora di avere sbagliato strada.

Ma dov’è Prionia, il piccolo villaggio di cui parlano tutte le guide? Ci guardiamo attorno e in poco tempo scopriamo di essere nel posto giusto, anche se, però, ci vuole molto fantasia per definire “piccolo villaggio” un luogo formato da: una capanna di legno, che i proprietari tengono a chiamare “ristorante” e non rifugio, un recinto dove vengono alloggiati alcuni muli, usati per trasportare le vivande ai rifugi soprastanti e da una fontana.


 Anche lo spazio per parcheggiare è ridotto, al punto che se si arriva nella tarda mattinata si rischia di non trovare posto. Noi comunque un angolino per il nostro camper lo abbiamo trovato. Passiamo lì la notte, cullati dal rumore di alcune cascatelle formate da un ricco ruscello che scende da grandi pareti rocciose. (21) Anche se c’è la voglia di partire all’alba, cerchiamo di fare con calma; tanto sappiamo che è d’obbligo fare una tappa a metà percorso, quindi oggi dobbiamo raggiungere il rifugio “Spìlios Agapitòs”, che rimane più in alto di 1000 metri e lì pernottare.

Partiamo verso le nove; si incomincia subito a salire e così senza tregua per circa tre ore. Si sale, prima dentro un fitto bosco, che col crescere dell’altitudine si dirada, lasciando scoperti alcuni punti da cui si possono intravedere le cime pelate, alcune ancora innevate. Giù in basso ci sono 40°; al rifugio, a 2000 m. 15° circa; la notte si scende a 5-6°.



Il rifugio è in una stupenda posizione, guardando a est si vede la sottostante valle, a ovest c’è il Mitikas, la più alta cima del Monte Olimpo.




Di qui si vede una cima a forma di mano con le dita aperte; è sulla cima del dito medio che vivono gli Dei. Domani andremo là. Il rifugio è pulito e i gestori sono cordiali. Dormiamo in una piccola stanza con 8 letti a castello. La voglia che arrivi subito il mattino non ci fa dormire e così otteniamo l’effetto contrario. Finalmente albeggia. (22) Frenetici i preparativi; una buona colazione e via. I mille metri di dislivello di ieri non hanno lasciato alcun segno nelle mie gambe, mi sembra di avere le ali ai piedi.
Il sentiero, tutto su sassi e roccette, è splendido; 900 altri metri ci separano dall’inizio della “brutta scala”, così vengono chiamati gli ultimi 150 metri che separano dalla cima del Mitikas. I più, arrivati a quel punto, tornano indietro. Ma noi siamo decisi a proseguire. Davanti ai nostri occhi si apre un panorama incantevole e nello stesso tempo da brivido. Siamo sulla “mano”; ora si tratta di salire e scendere le “dita”.



La definizione “mano e dita” è appropriata perché si tratta di una cima stretta e frastagliata con baratri di cui non si vede la fine. Se uno cadesse, neanche Zeus riuscirebbe a salvarlo. Ora comprendiamo il motivo per cui molti tornano indietro. Incominciamo a scendere. Si può dire che siamo sulla vetta del dito mignolo, dobbiamo scendere e risalire sull’anulare, ridiscendere per salire sul medio. I sassi si muovono, prese sicure ce ne sono poche; “brutta scala” è dir poco.





Il mio compagno ha delle incertezze, ma io sono decisa a proseguire, così vedendo la mia indiscussa volontà, mi segue. Ci muoviamo studiando ogni passo, ponderando molto bene ogni movimento, verificando la stabilità di ogni sasso su cui ci appoggiamo. Neanche per un attimo ho pensato di tornare indietro, dovevamo assolutamente raggiungere il Mitikas. Volontà ed esperienza ci hanno aiutati e chissà forse Zeus ci ha davvero allungato la mano.


Siamo sull’Olimpo. L’emozione è forte, mi prende un nodo alla gola. Lo so, non è una grande impresa, ma la storia legata a questo luogo, le credenze, i miti, le leggende, la fanno diventare grandissima e così ci viene spontaneo gridare:… “Mitikooo”, eslamazione ripetuta per tutto quel giorno ed anche il giorno dopo.









La discesa è altrettanto impegnativa perchè si ripercorre la “brutta scala” all’incontrario. Ora ci attendono 1950 di dislivello in discesa. Arriviamo al camper un po’ provati ma felicissimi. Ora il nostro programma prevede una visita alla penisola del Pelio.













Ci spostiamo quindi sulla costa e pernottiamo nel Camping Hellas”, bellissimo campeggio in riva all’Egeo. Parcheggiamo sotto giganteschi ulivi che ci aiutano a mantenerci in uno stato di beatitudine trasmessoci dall’Olimpo. (23) Duro il risveglio. Se gli ulivi hanno aiutato la mia anima a mantenersi beata, così non è stato per le mie gambe, sono tutte doloranti e le ginocchia non vogliono piegarsi; anche il salire e lo scendere dal camper diventano sofferenza.










Così decidiamo di concederci mezza giornata di mare e dato che il campeggio è fornito di un ristorante, funzionante a tutte le ore, andiamo ad assaggiare la cucina greca. Il cuoco ci invita in cucina a scegliere il pesce, non crediamo alle nostre orecchie, decidiamo per scamponi, orate e insalata greca. Nel giro di mezz’ora ce lo troviamo in tavola cotto e squisitamente preparato.Prezzo modico. Nel pomeriggio partiamo per una veloce visita alla penisola. La strada attraversa un paio di paesini dove ancora ci sono strutture di origine medioevale, come chiese, fontane e antichi palazzi, ma la cosa che ci ha colpiti di più è la ricchezza d’acqua. Scendono ruscelli da tutte le parti, alcuni arrivano direttamente sulla strada dove vengono guidati a scorrere ai bordi. Sembra irreale ma con una temperatura che tocca i 40° queste acque fresche e limpide che scorrono al bordo della strada fanno pensare a qualcosa di magico.
Lasciamo la penisola e ci dirigiamo verso Lamia. Poco prima del paese ci fermiamo al “Campeggio Interstation”. Bellissimo, posizione incantevole, in riva al mare, con prati verdissimi.







(24) Si parte per le Termopili, luogo dove una grande statua che raffigura Leonida indica il punto esatto in cui fu fermata l’avanzata dell’esercito persiano, in marcia verso la Tessaglia e dove venne sopraffatto l’eroe spartano insieme ai suoi trecento soldati (480 a.C).










L’epitaffio recita: “o straniero, annuncia a Sparta che noi giacciamo qui, fedeli ai suoi ordini”. Continuiamo per Delfi dove in età micenea si adorava la dea della terra Gea e dove si pensa abbia avuto origine l’oracolo, portavoce di Apollo, che parlava per bocca di una sacerdotessa che ogni volta che si vinceva una battaglia fra di due città stato, veniva letteralmente coperta d’oro dai vincitori.
Arrivati a Delfi vorremmo visitare il museo ma purtroppo questo è chiuso per restauri. Andiamo alla ricerca di un nuovo campeggio. Decidiamo per “Delfi Camping”, letteralmente sospeso sopra una valle piena di ulivi a pochi Km. da Delfi. Stupendo panorama; fanno pagare anche quello.





(25) Ci rechiamo immediatamente a Delfi. L’entrata in queste città è sempre emozionante. Migliaia di anni ci separano da loro eppure ancora si percepisce la presenza umana di quel tempo lontanissimo.Questa sensazione ci porta a parlare piano cercando di non fare rumore, come se avessimo paura di svegliare il padrone di casa o di essere scoperti al suo improvviso rientro.







Così percorriamo la Via Sacra fino al Tempio di Apollo, dove alcune enormi colonne sono ancora in piedi, maestose e imponenti; mettono soggezione. Quanti riti, sacrifici, intrighi sono avvenuti nei pressi di queste colonne? Non lo sapremo mai, ma una cosa è certa, oggi le guardiamo con tanta ammirazione. Il teatro è praticamente intatto e lo stadio è il meglio conservato di tutta la Grecia (così dicono le guide).


Usciamo dal sito e proseguiamo a piedi in direzione Arahova, verso il Santuario di Athena. Un sentiero lastricato porta alla sorgente Castaglia, dove i pellegrini dovevano immergersi in un bagno purificatore prima di consultare l’oracolo. Di fronte c’è il Santuario di Athena.





Qui si trova anche la tholos, monumento molto suggestivo del IV secolo a. C. formato da 20 colonne su un basamento a tre gradini. La sua funzione è ancora ignota. Lasciamo questo luogo che ci ha regalato tante emozioni per dirigerci verso il monte Parnaso. Saliamo fino ad un passo dove decidiamo di fermarci per pranzare. La salita a piedi fino alla cima non è neanche pensabile, la temperatura è veramente troppo alta, troppo alta anche per rimanere in quel luogo, dentro al camper. Partiamo quindi, direzione Igoumenitsa, mancano solo due giorni alla fine del nostro viaggio. Percorriamo un tratto di costa senza grandi pretese e ci fermiamo a dormire nel campeggio “Dounis Beach”, sconsigliato sia per la struttura che per la posizione.




(26) Prendiamo la strada per Arta. Ora il percorso è vario, con vista sul mare, sui monti e sui laghi. Ad Arta visitiamo la duecentesca chiesa di Panagia Parigoritisa e il ponte a schiena d’asino sul fiume Arahthos. Ripartiamo quindi per “Preveza”; lungo la strada troviamo “il Nicopolio”, monumento di Augusto, fatto costruire da Augusto nel 31 a.C., dopo avere vinto la battaglia con Marco Antonio e Cleopatra nella famosa battaglia di “Azio”.E’ di un’estensione enorme ma poche cose sono state riportate alla luce. (27) Ci fermiamo per l’ultima notte, in un campeggio vicino alla strada, scelta infelice, troppo rumore. (28) Ultimo giorno; prendiamo la strada per Parga, ma al villaggio di Mesopòtamo la lasciamo per seguire l’indicazione NeKromantéio, che raggiungiamo dopo circa un chilometro. “Questo luogo è veramente affascinante, qui vicino ci passa il Fiume Acheronte. Secondo la mitologia il Fiume Acheronte era l’antico Stige, attraverso il quale il nocchiero dei defunti, Caronte, trasportava le anime dei trapassati all’oltretomba. Senza questo viaggio le anime non potevano entrare nell’Ade (il regno dei morti) e restavano ferme in uno stato di sospensione, detto limbo. Nei tempi antichi presso il Necromantéio si svolgevano dei riti equivalenti alle odierne sedute spiritiche; si pensava che qui fosse situata la porta di Ade, dio dell’oltretomba e il luogo divenne quindi sede di un oracolo dei morti e di un santuario dedicato ad Ade e a Persefone. I pellegrini vi si recavano portando in dono offerte di latte, miele e sangue di animali, sacrificati nella speranza di poter comunicare con le anime dei trapassati” (Dalla guida lonely planet).

L’ultima tappa la dedichiamo a Parga tipico paesino tutto in salita con castello a strapiombo sul mare, decisamente turisticizzato.





Ma i nostri cuori sono rimasti lassù sull’Olimpo!